A coadiuvarli due membri dell'ensemble di Portland alla tromba ed alla batteria. La loro performance dura appena una ventina di minuti, ma è di quelle che non si dimenticano: uno dei Rollerball, in perfetta mise sadomaso comincia ad aggirarsi per il locale a quattro zampe, grugnendo, azzannando i tavoli e strusciandosi come una cagna in calore contro i muri; Bruno attacca a torturare la chitarra con oggetti di ogni tipo, sorretto dalla ritmica spastica del batterista. Stefania, vestale indomita di questo primitivo cerimoniale, squittisce, balbetta, gracchia ed urla come una Erinni punk, sottoponendo con un pettine giocattolo ad indicibile agonia le corde della chitarra. Non è semplice Grand Guignol sonoro, ma un tentativo coraggioso, unico in Italia, di mettere in scena una provocazione intellettuale che è naif e raffinata al tempo stesso. E sia chiaro, non per tutti i gusti.
Con i Rollerball si vola altissimo. Il quartetto dell'Oregon non si scompone affatto dinanzi alla totale assenza di pubblico e parte, dopo un'intro rarefatta, scossa da un petulante clarinetto e brusii elettronici, con la splendida “Dear dean”, un seducente tema noir su cui si innestano vocalizzi stellari alla Gong. Il front-man, S. De Leon, anima la scena di contorsionismi fisici e ammiccamenti sessuali, mentre il resto del combo si lancia in deraglianti sarabande che incorporano free-jazz e istanze progressive. Il climax è raggiunto con “Wyoming”, superba ballata condotta sulle note di un piano che prima con un motivo orientale, poi con un fraseggio incalzante traghetta il canto dalla desolazione all'epica corale. I duetti tra De Leon e Mae Starr, la voce femminile, rievocano a tratti le performances leggendarie di Paul Kantner e Grace Slick, e l'inno marziale di “Earth 2 wood” sta lì a testimoniarlo.
Si resta stupefatti, senza fiato, dinanzi a tanta creativa versatilità: qualunque sia il genere attraversato, nelle mani dei Rollerball diviene abbacinante trasfigurazione dai contorni sottilmente avant, senza che vi sia tra l'altro la necessità di ricorrere al più abusato degli strumenti rock, ovvero la chitarra. Il concerto si chiude con “Line of perpetual snow“, una visionaria cantilena dai sapori slavi sorretta dai rintocchi funerei della fisarmonica. Poi, un fiume di gente riempie il locale, si aprono le danze ed anche De Leon si tuffa divertito nella mischia
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