| RUMORE Gennaio 2007
Maurizio Blatto
- DISCO DEL MESE -
In riferimento al titolo dell'album e alla struggente title track Bruno Dorella dice nella presentazione del disco di avere "la certezza di essere un musicista suicida". Quando gli ho chiesto maggiori ragguagli ha risposto: "Ho detto questo? Wow che glamour...". Nè Dorella nè i Ronin sono glamour e tanto meno lo sarà mai un disco di musica popolare. Come questo, bellissimo. Ma difficilmente troverete altrove tanta vita densa e suoni così corretti nell'abbracciarla. Sin dall'iniziale I Pescatori Non Sono Tornati è una chitarra dolente a farsi strada tra ritmica discreta e cori trattenuti e drammatici, intensità "lunga"
che torna nel minimalismo esteso di Mantra Inferale. Intorno, la bossa de La Banda, il world beat africano di L'Etiope e gli accordi concentrici della ripresa di Mar Morto. Poi i due brani non strumentali, Il Galeone, canto politico reso stranito e strabiliante dal cantato di Amy Denio e You Need It, Then It Comes, testo astratto scritto da Colleen e Caleb dei Cerberus Shoal, con la voce di Dorella mandata in reverse, quasi addosso. In chiusura la già citata Lemming, nove minuti di piccoli tratti per chitarra da cui, forse, traspare l'incanto più limpido dei Ronin.
Cinematico ed evocativo sono i due aggettivi d'ordinanza in questi casi. Buono il primo se a scorrere è la vita, spendibile il secondo se mancano le parole adatte per certe piccole magie. (8) Maurizio Blatto

Blow Up 104 Gennaio 2007
Fabio Polvani
- DISCO DEL MESE -
Non si stenta a definirla "musica da ascoltare con gli occhi" quella composta dai Ronin di Bruno Dorella (OvO, Bachi da Pietra e quant'altro), come un viaggio interiore alla ricerca di memorie collettive desolatamente perdute e recuperate per via d'un suono intriso di sguardi cinematografici e di confine.
Già nell'iniziale I Pescatori Non Sono Tornati sembra di assistere ad una sonorizzazione di temi neorealistici viscontiani, con le spazzole e la chitarra a plasmare motivi malinconici e carichi di attesa, fin quando un lamento corale non annuncia il più triste dei presagi. L'influenza morriconiana è palese e sarà ancor più definita in Mantra Infernale, western-doom crepuscolare e reiterato, sospeso tra i drones e il vibrare di una sega, dagli oh! sussultori sul battito del timpano: un pezzo che, per costruzione e immaginario, non avrebbe sfigurato nell'ultimo lavoro degli Earth. Più esplicitamente inquietanti sono poi gli affannosi sospiri di You Need It, Then It Comes, brano reinventato su un canovaccio dei Cereberus Shoal. I retaggi di cultura popolare si manifestano compiutamente ne La Banda, bossa e samba come l'istantanea di una festa di paese al suo volgere. Portland manda invece cartoline dall'America dei cocktail-lounge in omaggio a Henry Mancini mentre L'Etiope si riallaccia alla tradizione musicale del paese africano sottinteso. Quella dei Ronin è una lente world ripresa attraverso un trapasso di sensibilità. Ma la contaminazione procede anche in senso inverso, nel momento in cui il canto anarchico Il Galeone viene eseguito vocalmente da Amy Denio: da brividi sulla pelle. Il twang della chitarra ha un ruolo preminente in funzione nitidamente armonica ma anche in chiave sperimentale, come dimostrano gli esempi di Mar Morto e Lemming. Soprattutto quest'ultima, con le sue sparse note che si infrangono su specchi d'acqua stagnante, genera una dimensione che va oltre il tempo e lo spazio, dando un senso compiuto alla vocazione mortale contenuta tanto nel titolo del pezzo quanto nel nome del progetto stesso (per associazione, a Lynch qui andrebbe affiancato il "Ghost Dog" jarmuschiano).
Migliore epilogo quindi non poteva esserci per - definizione dello stesso Dorella - un musicista suicida accompagnato da
un magnifico gruppo di perdenti visionari. (8)
Fabio Polvani

Buscadero Gennaio 2007
Lino Brunetti
I due anni passati tra l'uscita dell'omonimo esordio e questo "Lemming", hanno permesso ai Ronin di Bruno Dorella di, da un lato consolidare e stabilizzare la formazione - che ora vede oltre a Bruno, l'apporto di Marco Anicio alla chitarra, Chet Martino al basso e Enzo Rotondaro alla batteria - e dall'altro di giungere ad un tale grado di sicurezza da spaziare tra musiche anche diversissime fra loro, riuscendo a mantenere un'identità forte. E cosa non da poco questa, che rende bene l'idea del valore e dell'intelligenza che sta dietro il progetto. E difatti, se brani come l'ottima e malinconica I Pescatori Non Sono Tornati, come Portland o come la fantastica ripresa di Mar Morto si ricongiungono idealmente agli umori cinematici e
dal tocco Calexico dell'esordio, altrove si azzarda lo sconfinamento in territori quasi etnici, come in L'Etiope, dove si rende evidente omaggio all'etno-jazz di quel paese, conosciuto attraverso la collana "Les Ethiopiques", oppure in un brano come La Banda, dove ci si avvicina alla samba e alla bossa brasiliana, mescolando spensieratezza e saudade, come è tipico di quelle musiche. Ma i pezzi che finiscono per segnare maggiormente l'album sono altri, tutti magnifici: Mantra Infernale e il suo ipnotico reiterare una sola frase di chitarra, a cui si aggiungono, a mò di cointrocanto, il frinire di una sega e un "Oooh" che sa di canto dei naufragati; Il Galeone, cover di un brano tra politica e poesia, basata sul testo di Belgrado Pedrini, nella versione di Paola Nicolazzi, e qui resa veramente straordinaria da una toccante interpretazione alla voce di Amy Denio; You Need It, Then It Comes, regalata a Bruno da Colleeen Kinsella dei Cerberus Shoal e da lui resa in guisa di blues spettrale, oscuramente notturno; Lemming, nove minuti di purezza chitarristica, solo due arpeggi che si incrociano attraversando i territori dell'anima.
Ben più di una conferma insomma, da non perdere assolutamente.
Lino Brunetti

Rockstar Gennaio 2007
Gianluca Polverari
Bruno Dorella è uno degli stakanovisti dell'indie rock italico: tante band lo vedono o lo hanno visto coinvolto (Bugo, Wolfango, Bachi da Pietra, Ovo e tanto altro) e Bar La Muerte, brillante etichetta dal catalogo non convenzionale, lo vede proprietario. Tra le sue varie creature piacciono anche i Ronin, formazione dagli umori soffusi che profumano di polvere tex mex, blues scuro, un viaggio nell'est europeo con tappe, durante il tragitto, in qualche paese italiano in cui la sacralità del rito e della
tradizione viene estrapolata nelle sua essenza.
Collaboratori preziosi Colleen Kinsella (degli ottimi statunitensi Cerberus Shoal) e Kramer (già con Low, Galaxie 500, Yo La Tengo, ecc), che ha masterizzato questo secondo affascinante cd, dall'impianto quasi cinematografico. (3/5)
Gianluca Polverari

Il Mucchio Gennaio 2007
Federico Guglielmi
Almeno all'inizio un po' difficile da inquadrare, questa seconda fatica dei Ronin, vista la sua sequenza di stili e suggestioni: nelle sue nove tracce si passa infatti da musicalità eteree e avvolgenti di impronta post-rock (I Pescatori Non Son Tornati, Mar Morto, la title track, la meno estatica e più rumorosa You Need It Then It Comes) a situazioni etno-folk idealmente affini ai Calexico (La Banda paga tributo al Brasile, la breve Portland alle colonne sonore di Henry Mancini, la poco più lunga L'Etiope all'Africa Orientale), fino alla struggente Il Galeone - un canto politico, unico brano con un testo, interpretato con
notevole pathosdall'ospite americana Amy Denio - che si allaccia alle tradizioni popolari con lo stesso spirito e gli stessi ottimi risultati degli Ardecore. Impatto estetico-emotivo garantito insomma, e nulla da contestare al di là del possibile effetto straniante dovuto ai cambi di atmosfera...ma non è certo a Bruno Dorella, deus ex machina del progetto e da anni figura di spicco dell'underground nazionale (come musicista e con Bar La Muerte) che avrebbe senso chiedere convenzionalità.
Federico Guglielmi

Muz Gennaio 2007
Guido Siliotto
Seconda prova per i Ronin, progetto acustico di Bruno Dorella, quello che percuote i tamburi negli Ovo e nei Bachi da Pietra (oltre ad averlo fatto nei Wolfango, per chi li ricorda) e gestisce Bar La Muerte, una delle più belle etichette del panorama italiano.
Era il sogno inseguito da tempo, suonare musica calda ed evocativa, mettendo assieme tutte le ispirazioni tratte dai viaggi negli interminabili tour in giro per il mondo e concretizzare così quelle suggestioni che gli si erano appiccicate addosso. Dopo un primo, omonimo, album, già foriero di appaganti consensi, “Lemming” prosegue su quei territori, dove una musica struggente regala una dolce e piacevole malinconia. Accompagnato da Marco Anicio alla seconda chitarra, Chet Martino al basso ed Enzo Rotondaro alla batteria, il granitico Bruno (a proposito: ti strappa un sorriso quella copertina che lo ritrae con frac e un cilindro che cela i suoi folti dreadlock) tesse ancora una tela ricca di piacevoli sorprese. Si parte con la evocativa I Pescatori Non Sono Tornati (le donne che aspettano i loro uomini e guardano il mare, fino alla tragica consapevolezza); il samba de La Banda , prima brioso e poi al rallentatore; fino al Mantra Infernale , una frase di chitarra ripetuta all'infinito, che sfocia nella vera chicca: Il Galeone, magnifico canto anarchico, già presente in versione strumentale nella compilation “Collisioni In Cerchio” (FromScratch) e qui con la voce di Amy Denio. E poi un brano regalato dai Cerberus Shoal ( You Need It Then It Comes ); un altro che trae linfa dalla tradizione musicale nord-africana ( L'Etiope ), la rilettura di un vecchio classico della band ( Mar Morto ); e, infine, i nove minuti del brano eponimo, due chitarre in odore di isolazionismo, con la partecipazione di Nicola Ratti.
Guido Siliotto

Rocklab.it Gennaio 2007
Daniele Guasco
Se i due dischi precedenti dei Ronin potevano essere considerati come perfetta colonna sonora alternativa per i western di Sergio Leone, questo nuovo, bellissimo, 'Lemming' starebbe meglio come accompagnamento a un film come Il Mucchio Selvaggio di Sam Peckinpah. Questo perché la musica della band di Dorella si evolve mantenendo le stesse caratteristiche che mi facevano adorare i due lavori precedenti. Come Pike e gli altri pistoleri della pellicola di Packinpah, i Ronin si spostano verso il Messico: basta sentire “La banda” e “Portland” per rendersene conto. Nel disco troviamo anche la triste allegoria anarchica de “Il galeone” con la bravissima multistrumentista d'avanguardia Amy Denio; i vecchi brani chitarristici come la splendida “I pescatori non sono tornati” che apre l'album, e persino un pezzo d'ispirazione africana, “L'etiope” che conquista con il suo ritmo unico. Come ne Il Mucchio Selvaggio anche questo disco ha degli splendidi ralenty, come la conclusiva titeltrack, che coinvolgono completamente l'attenzione dell'ascoltatore. 'Lemming' è la conferma delle immense capacità di questo progetto musicale, il terzo album senza una canzone sbagliata su tre, a dimostrazione di come i Ronin con il loro miscuglio di folk, influenze morriconiane e intrecci chitarristici, siano una delle realtà più splendenti dell'attuale panorama musicale italiano, luminosissimi nonostante la sabbia del deserto su cui camminano.
Daniele Guasco

bloomnet.org 20/11/2006
Blixa
I lemming, a modo loro, sono dei Ronin. Già, perché questi simpatici animaletti, a un certo punto della loro vita, quasi sentendo una voce, si mettono in marcia e compiono una sorta di suicidio-rito collettivo, gettandosi in mare tutti assieme. Invece i Ronin sono i samurai reietti e lasciati senza padrone, a causa di azioni infamanti di cui si sono macchiati, e che perciò vagano di terra in terra, in attesa del seppuku, il suicidio rituale che ogni samurai che si rispetti deve compiere, come seguendo un’immaginaria strada che lì li porti, lungo la loro vita. Chissà se questo è il motivo del titolo del disco dei Ronin. Curiosità, che poco importa, forse. Certo, però, che la musica di QUESTI Ronin sicuramente è sì da samurai, ma davvero non da samurai rinnegati.
Campo lungo, piano americano. Crepuscolo ad allungare ombre. L’eroe che si allontana, momentaneamente battuto. Eppure tutti sappiamo che il tempo giocherà a suo favore. Semplicemente, questo è il momento in cui andare da soli, ché il Mare ha avuto la meglio sul Vecchio, e allora così sia, andare, a passo strascicato come la batteria spazzolata che cadenza l’indolente nenia della chitarra, fino a spegnersi sui tenebrosi “mmmh” che fanno da coda a “I Pescatori Non Sono Tornati”, l’ouverture del disco.
Parte con un filo di perla di malinconia, la nuova fatica della band di Bruno Dorella e dei suoi scudieri Chet Martino, Marco Anicio e Enzo Rotondaro, ma quella bella, di malinconia, quella che culla, e non intristisce per davvero. Infatti, non ci pensiamo, e corriamo a danzare: in paese ci sarà pure “La Banda”, pronta a smuovere guappi e vajasse di sera, nella piazza illuminata da lampadine appese a un filo. All’inizio sa di anni ’60 italici, il pezzo, e qualcosa mi fa pensare che Capossela farebbe carte false per averli come backing band, poi però rallenta, e piroetta su spazi western. Su quegli stessi spazi, ma di notte, tuttalpiù al chiaro di un falò, veleggia anche “Mantra Infernale”. Ed è vero che ti ipnotizza, suadendo con la fantasmatica sega oscillata da Luca Galoppini, ma è un inferno che non spaventa troppo. Se li conoscesse, Wim Wenders li sceglierebbe per rigirare “Paris, Texas”. Perché i Ronin a me raccontano di lande ampie, dilatate, quelle in cui ti ci perdi piccolo piccolo ma poi ti (ri)trovi.
Poi che succede? Basso tuba, chitarra che più popolare non si può e ancora la sega, per il canto anarchico “Il Galeone”, cantato da Amy Denio, ed è delizioso l’effetto straniante tra la sua pronuncia straniera e il testo, in un italiano arcaico e nobile: tutto bellissimo e struggente. Ma via, via di rumba verso “Portland”: ok, ditelo pure che l’associazione da fare ai Ronin sarebbe con i Calexico. Certo, ci sta. Ma sono i Calexico che furbetti han preso (ben facendo, sia chiaro) da quell’Italia che inventava la sua America su misura, e da Morricone. I Ronin hanno anche più titolo, allora, per Dio, nel fare questa musica. Mi tacciate di blasfemia però se dico che più che alla Calexico, questo pezzo suona quasi alla maniera dei tangacci dell’Adriano Celentano?
“You Need It, Then It Comes”. Bruno da solo, sogghigno e una manciata di strumenti. Sempre calligrafia cinefila, sì, ma quella più inquietante di un Badalamenti. Mentre “L’Etiope” (ispirato appunto alla tradizione musicale di quella terra, come spiega Dorella durante il concerto al Magnolia) avvolge e ci rapisce anch’esso quasi fosse un mantra, più dinamico però, con la scrittura intrecciata e l’inusuale fagotto. E se “Mar Morto” è un’altra esplorazione di quelle dilatazioni spaziali e umane (il Wenders di “Fino Alla Fine Del Mondo”, per continuare con il parallelo) che, saranno le chitarre, saranno le ritmiche della batteria, mi stuzzicherebbe sentire arricchito da un recitato di Emidio Clementi, tocca alla title track congedarci. Anche qui minimale, il tutto, anche qui un che di Massimo Volume (quelli di Da Qui, o Club Privé), il sapore delle strade cittadine quando piove. Il sapore di beautiful losers e falchi della notte, che ribadisce quella sospesa malinconia, quel nonsoché di Carver epperò europeo, quella cifra di spazi spogli e poco abituati allo sguardo che permea gran parte del disco, eccezion fatta per i due “ballabili”, e che fatalmente ammalia. Davvero. Blixa

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